lunedì 5 agosto 2013

Istruzione come Diritto

Studiare per molti ragazzi è una cosa scontata, per alcuni quasi un obbligo, ma per Malala Yousafsai, ragazzina afgana, le cose vanno diversamente; da una giovane età ha dovuto capire cosa vuol dire vivere nella paura degli attentati preparati dai talebani nella Valle dello Swat, terreno che dal 2007 era sotto il loro controllo e dove  hanno seminato soltanto violenza incendiando scuole femminili e minacciando e ammazzando i loro oppositori politici. Malala dagli undici anni ha cominciato con un blog sul web dove raccontava com'era la vita delle ragazzine afgane, le loro paure, la loro voglia di ricevere una educazione e il loro sconforto al non riuscire ad andare a scuola. Qualche anno dopo nel 2009 la BBC ha pubblicato sotto pseudonimo alcuni frammenti dal suo diario e cosi l'occidente ha finalmente capito cosa dovevano vivere giorno dopo giorno questi ragazzi in mezzo alla  guerra e tutte le proibizioni, le minacce se andavano a scuola, come per esempio una mattina su ventisette  compagne arrivarono soltanto in undici, i cadaveri trovati in alcune strade, non potere fare da un anno neanche un pic nic in famiglia.

"La mia Swat è anch'essa molto bella, ma non c`è pace", "potrebbe essere anche l'ultima volta che vado a scuola", "il suono dell'artiglieria riempe la notte", sono questi i suoi pensieri, le ha dato voce ai tanti ragazzi che come lei vorrebbero una vita diversa, e così anche loro, i talebani hanno visto in lei una minaccia, ragione per la quale all'età di quatordici anni, nel 2012 mentre usciva da scuola, a Mingora, è stata colpita da un proiettile in testa. I talebani hanno subito revindicato l'attentato e l'hanno dicchiarata "persona anti-talebana". Da subito la sua situazione è stata molto grave ma per fortuna, ha vinto la sua giovane età e la voglia di vivere, perché questa ragazzina degli occhi neri si è salvata e continua la sua lotta perchè l'istruzione sia un diritto per tutti i bambini, perchè come dice lei "Un bambino, un insegnante, un libro, una penna, possono cambiare il mondo. L'istruzione è l'unica soluzione". Quei proietili hanno fatto solo che lei continuase con più forza il suo cammino verso un mondo dove l'istruzione possa essere alla mano di tutti i bambini.

Secondo organizzazioni come l'ONU e l'UNICEF il livello d'istruzione scolastica nell'Asia Meridionale è del 68%, nell'Africa subsahariana del 57%. Molti di questi bambini che non hanno la possibilità di frequentare una scuola devono affrontare ogni giorno lo sfruttamento, facendo lavori pesanti nella maggioranza dei casi in condizioni di pericolo e senza via d'uscita; l'analfabetismo maschile nel mondo è del 19% mentre il femminile è del 34%.

Queste cifre indicano chiaramente che la situazione per le bambine è la più allarmante tenendo conto che invece di andare a scuola fanno lavori forzati, vengono sfruttate sessualmente e molte di loro hanno delle gravidanze precoci, mamme bambine che devono crescere altri bambini senza avere il diritto di scegliere.  Parliamo di paesi come l'Afganistan, Pakistan, Burkina, Nepal, India, Nigeria, Yemen e Tanzania, alcuni dell'America Latina e dal Caraibi; molte di queste bambine con la crescita passano ad essere soggiogate e sfruttate dal marito.

La candidatura al Premio Nobel per la Pace di Malala Yousafsai dimostra che la società sta cominciando a vedere chiaramente che è necessario un cambiamento, un mondo dove l'istruzione non continui ad essere un privileggio ma un diritto.

(Jhoana Ostos Tavera)

venerdì 19 luglio 2013

Cie di Modena, altro che Oasi


Servizi a singhiozzo, lavoratori in sciopero e un blitz della Finanza potrebbero mandare all’aria la pratica dei bandi al massimo ribasso

Ospiti allo stremo, lavoratori sul piede di guerra e un’ispezione a sorpresa della Guardia di Finanza.
Eccola qua la fotografia del Centro di identificazione ed espulsione di Modena dove – in pieno Ramadan - la situazione rischia di esplodere.

E non solo perché - come avviene in tutte le altre dodici strutture previste sul territorio nazionale dalla legge Turco-Napolitano - gli immigrati che vi si trovano rinchiusi, spesso a tempo indeterminato, in attesa che il provvedimento di espulsione o respingimento a loro carico diventi eseguibile perdono facilmente e, comprensibilmente, la testa attuando periodiche rivolte, ma anche perché chi vi lavora è costretto a farlo in condizioni che infrangono, continuamente, ogni regola contrattuale.


Con i suoi dipendenti in stato di agitazione dallo scorso gennaio contro il cronico sottorganico e il sistematico ritardo con cui vengono erogati gli stipendi, il Cie di Modena può essere assunto ad emblema di quanto avviene in Italia quando si sceglie di gestire le politiche dell’immigrazione con la regola dei bandi al massimo ribasso.


Bastino i numeri: fra operatori sociali, infermieri, mediatori culturali, addetti alle pulizie e un solo medico i dipendenti della struttura di via Lamarmora sono appena trenta. Cinque per turno, quando per garantire i servizi minimi ne sarebbero necessari almeno sei.
Se si calcola, poi, che la struttura può arrivare ad ospitare fino a sessanta stranieri, di diversa provenienza ed esigenze, è subito evidente che la buona volontà dei singoli – che in media guadagnano mille euro al mese - non può bastare. E così, pur accettando di stravolgere i propri orari di lavoro sottoponendosi a straordinari che non saranno mai pagati, è sufficiente anche un piccolo imprevisto per far saltare l’organizzazione quotidiana e contribuire ad esasperare gli animi già tesi dei trattenuti.

«Basta un ritardo nella consegna dei pasti per accendere la miccia e provocare, per esempio, un falò di materassi», spiega Marco Bonaccini, il segretario della funzione pubblica della Cgil di Modena che da mesi segue la vertenza e che fa risalire l’inasprirsi delle condizioni lavorative al cambio di gestore e, inevitabilmente, alla decisione del ministero dell’interno di ridurre i costi. «L’ente a cui, nel luglio del 2012, lo Stato ha assegnato, in quanto vincitore di gara, la struttura - prosegue Bonaccini - è l’Oasi di Siracusa, un consorzio che ha in gestione anche il Cie di Trapani e quello di Bologna, oggi chiuso per urgenti lavori di ristrutturazione e a cui, per le stesse inadempienze oggi registrate a Modena, la Prefettura felsinea ha dovuto revocare la convenzione».
Con un abbattimento dei costi del 3% rispetto a quanto richiedeva la base d’asta fissata a 30 euro al giorno per trattenuto, il Cie di Modena è gestito investendo soli 29 euro e 10 centesimi ad ospite. Una cifra, che solo un anno fa, con la vecchia gestione che da dieci anni era in mano alla Confraternita della Misericordia di Daniele Giovanardi, era di 75 euro a persona.



Più che dimezzando i costi di gestione e riducendo di una quindicina di unità il personale, il nuovo corso in via Lamarmora ha da subito dimostrato le sue falle.
Stipendi in ritardo già dai primi mesi e la Prefettura costretta a subentrare per garantire non solo le spettanze ai lavoratori ma anche l’espletamento dei servizi minimi all’utenza che proprio per le carenze organizzative non ha mai potuto superare le quaranta unità, benché fosse di sessanta la capienza massima consentita.

Ma andiamo per ordine. Se oggi i lavoratori sono arrivati a proclamare sei giornate di sciopero consecutive non è certo per capriccio. «I dipendenti hanno incrociato le braccia per la prima volta il 26 gennaio - ricostruisce l’intera vicenda, Bonaccini - E poi ancora a febbraio e marzo. Ma la situazione non è migliorata. Anzi: in dodici mesi al consorzio abbiamo visto passare cinque direttori ed è sempre stata la prefettura a dover subentrare per garantire le spettanze. E anche ora se le sei giornate di sciopero sono state congelate e differite a partire dal prossimo 23 luglio è ancora merito della prefettura che ha promesso di anticipare gli stipendi di giugno e luglio e di impegnarsi affinché questo stillicidio finisca».

L’agitazione dei lavoratori è però solo la punta dell’iceberg. Un’ispezione a sorpresa della Guardia di Finanza, avvenuta lo scorso 11 luglio negli uffici del consorzio Oasi, mette ora a rischio la sopravvivenza dell’intera convenzione. Il blitz, durato oltre dieci ore, avrebbe portato al sequestro di registri e documenti e sarebbe avvenuto parallelamente ad altre perquisizioni negli altri centri gestiti dal consorzio siracusano. Secondo le prime indiscrezioni, ci sarebbero degli indagati. L’operazione fa seguito all’inchiesta penale aperta lo scorso anno dalla procura di Modena per fare chiarezza sia sui conti di Oasi sia sulla regolarità del bando di gestione. In particolare, si ipotizzano forme illecite di finanziamento. Se così fosse, il consorzio Oasi avrebbe vita breve anche a Modena. E, chissà, potrebbe veder sfumare anche la nuova avventura al Cie di Milano, per il quale si è appena aggiudicato la gara d’appalto.

(Alessandra Testa)

domenica 30 giugno 2013

Il commerciante pakistano e la ragazza



La ragazza di mio figlio è una giovane universitaria graziosa e indipendente. E’ una ragazza sportiva e con grandi passioni di uguaglianza, solidarietà, pace.

Il 15 giugno 2013, verso le 22, si recava con mio figlio presso un negozio di alimentari accanto a casa. Dovevano acquistare un paio di mozzarelle per la pizza e il latte per la mattina dopo.
Quando sono rientrati a casa, la ragazza mi dice: ”Sai, il proprietario del negozio mi ha sgridata…!” La guardo stupita, poi guardo mio figlio, e poi chiedo: “Ma…. In che senso?”.

Mi raccontano che, mentre erano nel negozietto semivuoto a cercare latte e formaggi, lei aveva apostrofato mio figlio con una frase tipo: “Guarda, i coni al cioccolato… Posso prenderli??”, e, prima che il ragazzo potesse risponderle, il commerciante di origine pakistana era intervenuto: “Ma come? Tu chiedi se permesso? Tu non deve chiedere permesso, se tu vuole i gelati tu puoi certo prendere, no? Tu devi fare come vuole, no? Tu libera, no?”.

Magnifico.
Un signore pakistano che è arrivato 15 anni fa, che ha certo più di 50 anni, che viene da una cultura dove le donne non sono sempre considerate indipendenti, che ha allevato figli e figlie e che ha pensato, elaborato, al punto da fare un libero commento a una libera ragazza su una sua libera scelta. Che commenta il fatto che non debba chiedere il permesso o i soldi al suo ragazzo, che può autonomamente gestire le sue scelte.

Sono certa: lui non ha pronunciato quelle parole per vendere due coni in più. Lui ha ragionevolmente testimoniato una sua nuova consapevolezza, una acquisizione culturale di intravista parità, stima, considerazione e autonomia delle ragazze.
Salvando i valori e le credenze culturali profonde della sua tradizione, ha tuttavia abbracciato una mentalità rinnovata. 

15 anni di italiane che fanno la spesa nel suo negozio, di libere donne gentili e indipendenti, di donne sobrie, stimabili, di brave donne che cucinano e lavorano, l’ha aperto a un possibile comportamento di rispetto ed emancipazione.  

Questa storia mi è piaciuta, ed è piaciuta alla ragazza di mio figlio: le ha dato fiducia e un nuovo senso di appartenenza. La pubblico qui, perché non “passino” solo le storie di chiusura e di conflitti.
Questa storia, è una delle “tante piccole” esperienze che, alla fine, fanno “assai”.

[Alessandra Lazzari]

martedì 18 giugno 2013

Adottiamo una leghista - in risposta alle aggressioni alla ministra Cécile Kyenge

                   "ADOTTIAMO UN/UNA LEGHISTA"
 

Educazione, informazione, letture mirate - CULTURA

a cura di … prima di tutto, nostra.

Donne ... abituate a prendersi cura, ad educare, a gestire relazioni, conflitti  ...

convinte che

l'errore - l'azione insensata, le istigazioni  fratricide... siano frutto non tanto di malvagità  soggettiva, ma di ignoranza, incapacità a capire, a conoscere il reale... a comprendere le trasformazioni sociali e antropologiche …

DONNE che mettono a disposizione il loro tempo, le loro competenze, il loro sapere

per....

informazioni...

DONNE IMPEGNATE PER IL RISPETTO E IL RICONOSCIMENTO DELL'UOMO E DELLA DONNA IN UNA SOCIETA' CHE CI CONSENTA DI RIMANERE UMANI

Più o meno, proponiamo così.

 
Lella Di Marco – prof di filosofia
Associazione "Annassim"

di donne native e migranti delle due sponde del Mediterraneo
Grande amica di She_News


[inserito da Alessandra Lazzari]

venerdì 31 maggio 2013

Donne : Forza e Coraggio

Per tante donne cercare di farsi una nuova vita lontane dalla povertà o dalla guerra nei loro paesi d'origine vuol dire anche lasciare i figli con nonni o zii, portando con sé soltanto una fotografia e forse anche un peluche che stringono di sera a occhi chiusi cercando il loro odore di pappe e camomilla. Che cosa struggente lasciare un figlio nel paese d'origine per cercare qui in "occidente" un futuro; molte di loro sono laureate, alcune con un lavoro e una vita normale ma in alcuni paesi, da quello chiamato "il terzo mondo", la pericolosità di molte città e i conflitti armati da alcune decadi spingono molte donne a cercare altrove un posto diverso dove crescere i figli; se non puoi uscire tranquillamente per andare a scuola o al parco e vivi con l'incertezza ogni giorno è molto dura.

Al tuo arrivo, la cosa più importante è trovare un lavoro anche se a mala pena si sa dire "ciao", "buon giorno" e istintivamente rispondi di sì a tutto e dopo due minuti ti trovi in difficoltà perché vuoi imparare in fretta e dimostrare quanto sei capace di svolgere il lavoro richiesto. Tutti i giorni pero hai gli stessi pensieri, i figli lasciati a casa: cosa farà adesso, sarà a casa, all'asilo, a scuola, forse in giro con gli amici; telefoni e senti la sua voce, sembra cosi vicino e invece è a kilometri e kilometri di distanza...e cosi passano i giorni, i mesi e a volte gli anni, ci sono donne che da parecchi anni non vanno a casa a trovare i figli perché preferiscono inviare la maggior parte dei soldi guadagnati per i loro bisogni.

Si convive sempre con nostalgia di casa e quando sei lontana dalla tua famiglia è tanta. Il lavoro dà stabilità economica ma pensi continuamente a quello che a casa tua hai lasciato. 

Cambia todo cambia                                          Cambia tutto cambia
cambia todo cambia                                           cambia tutto cambia
Pero no cambia mi amor                                   Ma non cambia il mio amore
por mas lejos que me encuentre                         per quanto lontano mi trovi
ni el recuerdo ni el dolor                                   né il ricordo né il dolore
de mi pueblo y de mi gente,                               della mia terra e della mia gente
lo que cambiò ayer                                            e ciò ch'è cambiato ieri
tendrà que cambiar manana                             di nuovo cambierà domani
asì como cambio yo                                           così come cambio io
en esta tierra lejana.                                          in questa terra lontana.

                                                                   (Mercedes Sossa - Todo Cambia)

(Jhoana Ostos Tavera)

La ragazza dell'Est


Una storia incredibile.
Ma, mostruosamente, vera.

Anno 2010. La ragazza era russa. Minorenne. Si prostituiva.
Era arrivata a Bologna con un giro di sfruttatori, senza sapere, diceva lei, cosa l’aspettasse. Vero o no, a un certo punto era approdata ad una  associazione per imparare un poco d’italiano. Lì, aveva conosciuto un gruppo di donne “normali”, con un lavoro per bene – da badante ad avvocatessa, addirittura – e figli, a volte, o genitori da rendere orgogliosi, o un progetto di vita, o un amore….
Avevano tutte le età, e tutte le esperienze, e provenivano da tutti i paesi del mondo: e lei, un po’ di amicizia l’aveva fatta.
Al punto che, per farla uscire dal “giro”, l’avevano coinvolta in un progetto dei servizi sociali per i minori non accompagnati. Ospitata in casa-famiglia, guardata a vista, supportata.
Aveva fatto un corso di formazione, aveva preso un attestato. Una piccola riqualificazione, una scommessa vinta con se stessa.

Poi, è diventata maggiorenne.

Espulsa dalla casa per minori. Ebbene sì, RIMESSA IN STRADA.

“E’ maggiorenne”, dicevano le assistenti sociali, “Non è più affar nostro”. Con l’immancabile: “Non possiamo farci niente”…..

La ragazza è sparita. Non sappiamo più nulla di lei.

Perse, anche noi, nel vortice delle emergenze, dei bambini, dei disoccupati, dei malati. L’abbiamo lasciata scivolare via dalle nostre giornate. E, prese dalla precarietà del nostro stesso lavoro, delle esigenze dei nostri figli, dei nostri anziani, abbiamo dovuto – voluto? – guardare altrove. Per incuria, sfinimento, esasperazione. Facendo del nostro meglio, che non è mai abbastanza.

Come dicevo: la ragazza è sparita. Oggi, non sappiamo più nulla di lei.

(Alessandra Lazzari)

lunedì 6 maggio 2013

Femminicidio: ma quale task force, ripartiamo dalle donne

La premessa è questa: sono sempre stata contraria alle quote rosa. In politica soprattutto.
Uno, perché le donne non sono dei panda. Due, perché va votato chi vale, indipendentemente dal suo genere. 

Detto questo, guardo con ottimismo alle tante donne, per la prima volta così numerose, del governo appena insediatosi.

Ci sarà tempo per valutare il loro operato, ma spiace constatare che tra le prime dichiarazioni di intenti ci sia il classico annuncio vuoto. Che definirei da uomini, se volessi forzare la mano e cadere nel campo delle generalizzazioni.
Una task force contro il femminicidio.
Leggetela ad alta voce: UNA TASK FORCE CONTRO IL FEMMINICIDIO.
Ma che significa?
Anche a voler sorvolare sul fatto che l'espressione è mutuata dal linguaggio militare, come funzionerebbe questa unità di pronto intervento contro la violenza sulle donne?
Qualcuno lo ha spiegato? E, soprattutto, qualche giornalista ha avuto la cortesia di chiederlo?

No, perché l'Italia è piena di cosiddette task force. La task force contro l'evasione fiscale (e, a parte qualche roboante intervento a sorpresa a Cortina, poco è cambiato), la task force contro gli affitti in nero (sono scomparsi?), la task force contro l'inquinamento, la task force contro la droga, la task force contro il degrado e, la più bella di tutte, la task force contro la disoccupazione annunciata sempre dal governo di Enrico Letta.

Ma entriamo meglio nel merito della dichiarazione di intenti del ministro per le pari opportunità, Josefa Idem: serve una legge unitaria sulla violenza sulle donne, attuare campagne di informazione e sensibilizzazione, migliorare l'applicazione delle norme esistenti. E, prima di tutto, conoscere il fenomeno muovendosi in maniera trasversale con il ministero degli interni e della giustizia.

Benissimo. Ma in concreto cosa intende fare, il governo, andare casa per casa a stanare il mostro? O istituirà (è una domanda retorica, perché lo istituirà) l'ennesimo osservatorio che farà l'ennesima conta delle vittime? Che, non lo dimentichiamo, non sarà mai precisa perché non può che fondarsi sulle denunce di un fenomeno che aumenta perché gioca sul sommerso.

Insomma, perché non la smettiamo di riempirci la bocca di parole, parole, parole?
La coscienza, non sarebbe meglio pulirsela con un po' di sano silenzio e rispetto per le vittime? Magari accettando che su certi fenomeni, senza un'educazione che parta dalla culla, siamo completamente disarmati? Così come lo è chi non può fare altro che intervenire a posteriori, tamponando a medicare la ferita, nella migliore delle ipotesi, piangendo su una lapide nella peggiore?


Finché il genere umano non verrà completamente resettato, continueranno ad esserci uomini che si sentiranno autorizzati a trattare le loro donne come oggetti o, se va bene, come cameriere. E ancora poliziotti e carabinieri che sottovaluteranno le denunce sporte, avventori di bar che commenteranno con il solito "chissà com'era vestita" e, addirittura, genitori che minimizzeranno i racconti delle figlie. 

La verità, anche se non vi piacerà, però, è una sola. 
Questi uomini violenti non sono figli di due uomini. Di due xy. Ma di un uomo e una donna.
Una donna, che li ha portati in grembo nove mesi.

Noi donne, invece di indignarci e basta, perché non ci facciamo anche un bell'esame di coscienza?
Come li abbiamo educati i nostri figli? A essere serviti e riveriti? E, prima, come ci siamo approcciate ai nostri uomini? E ancora: quanti complimenti, anche al limite della volgarità, ci hanno compiaciute?


Il tema è tutto culturale, e non riguarda solo gli uomini. Perché l'educazione, spiace farlo notare, è per la stragrande maggioranza impartita dalle donne. Prima a casa, poi a scuola.

Sarò esagerata, ma una madre che non insegna al figlio ad avere rispetto prima di tutto per chi da quando è nato lo ha accudito, ebbene, siamo sicure che lo stia proteggendo e aiutandolo a diventare un uomo autonomo? E se invece si stesse traformando prima nella sua ancella e poi, alla lunga, nella sua cattiva maestra? Condannando di fatto chi verrà dopo di lei a convivere con un uomo che, nella propria compagna, continuerà a cercare quella serva che lo ha cresciuto?

Meditiamo, noi donne, soprattutto. Perché le leggi già ci sono. Saranno anche perfettibili, ma uccidere è già un reato, così come lo sono i vari sottoinsiemi di violenza.
Non è che elevare la violenza sulle donne a reato specifico le renderà più forti. Al contrario, potrebbe rischiare di renderle ancora più deboli e indifese agli occhi dei loro carnefici.

Lavoriamo sulle donne, non sugli uomini.
Rendiamole più forti, più indipendenti, più lungimiranti e, soprattutto (perché è sempre una questione di amore), più amorevoli.

(Alessandra Testa)


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martedì 30 aprile 2013

Violenza sulle donne, l’Italia entra ufficialmente nel tavolo internazionale "V-Day"

“Non si tratta d’inventare ma di ricordare. Sepolta sotto le foglie di traumi e  sofferenze.
Sotto il fiume di sperma e squallore. Vagine e labbra.
Strappate ed estratte. Rubate. Miniere di corpi. Corpi scavati.
Adesso non si tratta di chiedere o di aspettare. Si tratta di insorgere”. 
‘Rising’, Eve Ensler
  «Abbiamo avuto l’idea scandalosa che si potesse porre fine alla violenza contro le donne. Da allora, centinaia di migliaia di attiviste/i in oltre 140 paesi nel mondo, sui palcoscenici  e dal pubblico del ‘V-Day’, si sono uniti per chiedere di porre fine alla violenza contro donne e bambine».

Così Eve Ensler scrittrice e performer americana, autrice de "I monologhi della vagina", descrive gli esordi e le tappe successive del ‘V-Day’,movimento internazionale per la mobilitazione, il contrasto e la prevenzione della violenza sulle donne, da lei stessa fondato oltre 15 anni fa.

Attraverso il ‘V-Day’, migliaia di donne, di ogni età e provenienza, madri, figlie, nonne, nipoti, professioniste e impiegate, operaie e casalinghe, spesso attrici dilettanti, sono salite su un palco – da quelli di provincia a quelli dei maggiori teatri di tutto il mondo – e hanno messo in scena  "I monologhi della vagina", contribuendo all’autofinanziamento dell’associazione internazionale e alla raccolta fondi per le organizzazioni e i progetti che nel mondo si battono contro tutti i tipi di violenza, incluso lo stupro, l'incesto, la mutilazione genitale femminile e la schiavitù sessuale.

Il ‘V-Day’ è stato definito: «Una delle più efficaci campagne di sensibilizzazione contro la violenza dell’ultimo decennio. Un affresco di femminilità, coraggio e umorismo che ha fatto arrossire, ridere e commuovere le platee internazionali».
Ad oggi l’Associazione ‘V-Day’ allestisce nel mondo più di 1.500 eventi creativi l’anno, fra rappresentazioni teatrali, incontri e workshop.

Da quest’anno anche l’’Italia è entrata ufficialmente a far parte del tavolo internazionale per l’organizzazione della campagna mondiale contro la violenza sulle donne.
Sono Nicoletta Corradini ed Elena Montorsi del Comitato ‘V-Day’ di Modena, insieme alla portavoce italiana di Eve Ensler Nicoletta Billi, le coordinatrici del ‘V-Day“ 2014 – Italia, nominate nel corso dell’ultimo meeting programmatico che si è svolto il 3 e 4 aprile a New York, al quale le tre italiane hanno partecipato in rappresentanza del nostro Paese.

Ha contribuito al raggiungimento di questo importante passo per l’Italia, il successo ottenuto da ‘One Billion Rising’, la campagna di mobilitazione internazionale per celebrare il 15° anniversario del ‘V-Day’, svoltasi lo scorso 14 febbraio e coordinata a livello nazionale dalla Corradini e dalla Montorsi, che ha portato in duecento città italiane oltre 300mila persone, con 250 eventi e la presenza di oltre 400 associazioni.

La riuscita di questa iniziativa parte da una esperienza nata dal basso a Modena (promossa da associazioni femminili, gruppi di donne e singole) dove lo spettacolo dei monologhi va avanti da ben 7 anni, unico esempio in Italia, coinvolgendo sempre più persone e città (ad oggi 23): prima Parma e Reggio Emilia, poi città come Brescia, Taranto e Napoli che non avevano mai portato in scena il ‘V-Day’.

La testimonianza di questo impegno ha colpito le fondatrici dell’importante organizzazione statunitense.

«La nostra presenza a New York – ha detto la Corradini - è stata accolta con molto entusiasmo dalla stessa Eve Ensler e dai suoi collaboratori e collaboratrici. L’enorme partecipazione che abbiamo riscontrato a febbraio nelle piazze italiane, ha sorpreso e stupito tutti».

La riunione operativa di New York ha visto la presenza di 22 partecipanti, oltre alle fondatrici del movimento tra cui Eve Ensler, in rappresentanza dei diversi territori dove la campagna ha luogo: Stati Uniti, Centro America, Sud Africa, India e Filippine, Inghilterra, Balcani e Paesi dell’Est Europa e Italia.

L’iniziativa è stata l’occasione per fare il punto sulle ultime campagne mondiali di ‘One Billion Rising’ e ‘V-Day’, molte delle quali hanno visto l’attivo sostegno delle Istituzioni con la formalizzazione di impegni concreti contro la violenza alle donne come è avvenuto per la città di Los Angeles, e per individuare i temi della prossima iniziativa globale che sarà incentrata sulle questioni legislative.

«Il riconoscimento che arriva dagli Stati Uniti – conclude Nicoletta Corradini -. ci ha datogrande soddisfazione e ci motiva ad andare avanti per coinvolgere attraverso il ‘V-Day’ sempre più persone verso un importante cambiamento culturale sulla prevenzione e sul contrasto alla violenza, utilizzando nuovi approcci comunicativi per agire la politica attraverso l’uso della creatività e delle arti.
La prossima campagna 2014 sarà incentrata sul tema della giustizia. Anche in Italia il ‘V-Day’ si farà parte attiva, chiedendo alla politica interventi urgenti. In primo piano, la ratifica della Convenzione di Istanbul, come primo passo per tutelare le donne da discriminazione, femminicidi, violenza.

Tutti i parlamentari, uomini e donne, saranno quindi chiamati ad uno sforzo congiunto, un impegno trasversale all’interno delle diverse forze politiche, per vincere finalmente questa lotta di civiltà, che da anni mobilita il nostro Paese, e arrivare al pronunciamento di una legge sulla violenza contro le donne».

 ‘I monologhi della vagina’ 


Il testo teatrale è la raccolta delle testimonianze di 200 donne di ogni età, provenienza e condizione sociale, che hanno raccontato le proprie esperienze di ordinaria  quotidianità, e di altrettanto ordinaria violenza, a Eve Ensler, drammaturga, poetessa, sceneggiatrice e docente universitaria americana, che si è lasciata coinvolgere tanto da improvvisarsi anche attrice per la prima teatrale a New York.

Lo spettacolo, che in seguito ha attraversato gli Stati Uniti e da anni è in viaggio per il mondo, è stato
considerato dal New York Times “probabilmente il più importante pezzo di teatro politico dell’ultimo decennio”.

(Daniela Ricci)

Altre informazioni


http://obritalia.livejournal.com/
http://onebillionrising.org/

https://www.facebook.com/groups/onebillionitalia/